Epifania: Ricordati di te

Epifania: Ricordati di te

Se vogliamo riprendere il significato simbolico della festa di oggi, spogliata dai suoi significati religiosi o sociali e pagani (manifestazione della Divinità, rivelazione; la vita che comunque trionfa sulla morte; la luce che si manifesta), e ritornare al senso etimologico di manifestazione ( dal greco epi- faino: manifestarsi, brillare) applicato alla vita quotidiana, possiamo ricondurre, dopo il significato di rinascita del Natale, al manifestarci.
La Befana: buona e pericolosa…misteriosa e vecchia, pronta a bruciare nei falò per fare posto al nuovo.

Oggi lo voglio vedere da un punto di vista un po’ differente, non solo quindi come manifestazione di te, in chi sei, nella tua essenza e nel tuo valore profondo e sacro, ma come “ricordati di te”.

È ancora radicata l’abitudine a dimenticarsi di se stesse, nel vivere quotidiano, delle relazioni.
Dimenticarsi di se stesse. Con la famiglia di origine, con padre e madre, con i figli, nelle relazioni d’amore, sul lavoro.

Lo sguardo spostato sull’altro, costantemente, come se dovessimo comunque metterci in secondo piano. Quando c’è da prendere una decisione, anche apparentemente piccola, non importante e consueta. Dal fare l’ennesimo straordinario, al mettere in ordine casa, al dare e non chiedere troppo.
Come se fosse sempre troppo quello che chiediamo, come se per gli altri fosse dovuto e doveroso e per noi invece troppo. Uno sbilanciamento costante verso l’altro, e un automatico senso di colpa invece nel momento in cui ci mettiamo anche solo davanti all’ipotesi di ribilanciare lo squilibrio.

Abbiamo domande di fondo che ci portiamo dentro da sempre: sono importante per te? Mi vedi? Vado bene?
Il non faccio abbastanza e non sono abbastanza, si nasconde dietro al fare di più e al non chiedere o sentire la legittimità di chiedere per noi. Nel momento in cui intravvedo la possibilità di bilanciare il mio dare, scatta il senso di colpa. “Normale” fare tutto io, non giusto chiedere un riconoscimento.
Penso ad una cliente che nel momento in cui taglia il rapporto con la madre, perché non riconosciuta in quello che ha fatto per lei, si sente comunque in colpa e per pacificare questo gancio, ripercorre nella vita le sue orme; penso ad un’altra che giudica “capricci” ogni volta in cui chiede di essere ascoltata nei suoi bisogni; o ancora chi si sente in colpa per aver scelto una strada differente da quella auspicata dalla famiglia. Sì ancora oggi, sì in modo più sottile e difficilmente riconoscibile.
Ancora, a livello sottile, la domanda di fondo: vado bene? Sono buona?

Mi ami per come sono? E l’attesa e la domanda lunga anni. Che guida le scelte e le azioni e dà forma alle vite che scegliamo, in attesa che arrivi finalmente quella tanto desiderata risposta, dove abbiamo messo tutto il nostro cuore.
Difficile, un salto grande, a volte quasi impossibile, lasciar andare il gancio. E si ricomincia a dimenticarsi di sé, pur di essere viste, nella speranza che prima o poi, madre e padre ci vedano.
Il salto della libertà e della manifestazione passa allora da questo semplice atto: ricordati di te.
Quando stai cucinando e devi lavare i piatti, quando vai tu a fare al posto di; quando doni il tuo tempo a qualcuno. Non sei scontata, non sei “dovuta”. Solo tu sei padrona di te e del tuo tempo.
Resta al confine, scegli e… ricordati di te.
Può sembrare poco, ma pochi gesti quotidiani hanno il potere di trasformare patti antichi e di fare il primo tracciato della manifestazione.
Quale no puoi dire oggi?
Quale senso di colpa lasciar cadere?
Quale permesso darti?

Buona Manifestazione.

Un abbraccio
Roberta

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