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Quando andare in crisi è benedizione

Spesso andiamo in crisi, (dal verbo greco crino: separare), a volte un vero e proprio black out, spente, non sappiamo più e vorremmo solo essere lasciate in pace. Schiacciate da sensi di colpa, diventiamo apatiche. Non sempre e non per forza la crisi è da condannare, anzi. Si può rivelare un campanello di allarme importante e un alt che la nostra saggezza profonda ci chiede, per comprendere. SpeSpesso andiamo in crisi, (dal verbo greco crino: separare), a volte un vero e proprio black out, spente, non sappiamo più e vorremmo solo essere lasciate in pace. Schiacciate da sensi di colpa, diventiamo apatiche. Non sempre e non per forza la crisi è da condannare, anzi. Si può rivelare un campanello di allarme importante e un alt che la nostra saggezza profonda ci chiede, per comprendere. Spesso è accompagnata da sintomi del corpo che diventano più forti, più evidenti.

La crisi: come separazione da noi stesse, la “noi” più autentica; anche come separazione dalla Vita.

Andiamo in tilt, senza più trovarci, perché sempre pronte ad accontentare tutti, a controllare tutto, a non scontentare nessuno.

Risultato: non sappiamo più chi siamo. Che cosa vogliamo, tanto che emozioni e sentimenti se ne vanno, non proviamo più nulla, come se si alzasse un muro con la vita, tanto abbiamo speso energie e tempo e mente a non perdere nulla, a guardare sempre fuori di noi, protese verso l’altro.

Sempre attente a non sbagliare, a non perdere, a che tutto filasse per bene, che non ci fossero crepe, intoppi. Che gli altri fossero contenti di noi.

E ad un certo punto siamo noi che siamo intoppate, bloccate, perse.

Dove ci siamo perse?

Che cosa o chi ci ha portate via?

O meglio, da che cosa ci siamo lasciate portare via?

Dalla corsa frenetica a fare in modo che fosse tutto perfetto, in modo da non scontentare nessuno, in modo che tutti fossero contenti di noi, come se la scontentezza fosse una grave minaccia, una spada pendente che dice: tu non vai bene. Come se tutti quei sensi di colpa, che ci siamo affannate a rincorrere nel tentativo di aggiustare, si fossero adagiati su di noi, così tanti e pesanti da sommergerci sotto il loro peso, e alla fine abbiamo detto fine.

Sotto e ancora più sotto ci sei tu, ancora accesa, anche se non ti sembra, ancora viva e brulicante di desideri e di amore.

Allora, il tempo della sospensione può non essere un danno, paradossalmente, ma un tempo di resa dal resto del mondo, in cui prendere le distanze da sensi di colpa e tiraggi esterni di vario tipo.

Piano piano nel deserto emergeranno le zone di acqua viva, quelle sommerse dalla sabbia.

Quelle zone di acqua viva dove tu sei. Dove si crea quella distanza e quello spazio in cui puoi.

Ritrovare te stessa, i tuoi valori, il tuo potere, ciò che è fondamentale per te e la tua direzione.

Rinnovare le radici, la connessione con il tuo sapere e il tuo intuito.

Lentamente, le domande di senso, potranno aiutarti a spianare la strada, l’eco alza le vibrazioni e il tuo mantra riprende a suonare. Io sono, io posso, io voglio. Quell’io che non è nella testa e che risuona arido e non lascia spazio al respiro, ma quell’io che affonda nella terra, nel cuore e nel cielo. Il tuo io profondo e ampio, dove tu sei connnessa e consapevole, dove le energie sono ricche e il respiro profondo. Tu tieni in mano il filo della tua vita.

Un abbraccio.

Roberta

 

 

 

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