Quanta fatica vuoi ancora fare?

Quanta fatica vuoi ancora fare?

Quanta fatica sei disposta a fare ancora?
Quanta energia ci vuoi mettere? Quanto ancora insistere, spingere, stringerti per starci dentro.
Quanto ingoiare, quanto spingere situazioni che non vanno, quanto vuoi stare ancora in un angolino triste perché i tuoi bisogni non vengono mai soddisfatti?
Quanto ancora ti vuoi accontentare di mezze risposte, di accomodamenti di quieto vivere, di far finta di non vedere. Di briciole di attenzione sparse qua e là.
Quanto vuoi ancora stare nell’angolo di vittima e non uscire allo scoperto per vedere i passi che fa l’altro verso di te, i suoi tentativi di incontrarti a partire da quello che lui può fare?

Quanta fatica vuoi fare ancora?

Lo sappiamo e l’ho già scritto altre volte, ma continuo a confrontarmi con queste realtà.
Verifico che è talmente radicata che sembrerebbe ormai un fatto di DNA.
Siamo una generazione di donne che vengono da madri anaffettive e condizionate, da una cultura patriarcale. Per trovare una soluzione, abbiamo emulato un maschile duro e abbiamo schiacciato il femminile.

Ci siamo dovute svegliare. Da sole, nonostante l’esterno. Attraverso la nostra forza, la nostra curiosità, la fortuna di avere un intuito speciale che ci ha permesso di guardare fuori. Fuori da quello che ci hanno insegnato e che abbiamo visto fare alle nostre madri, fuori dal socialmente accettato, quello che era intorno a noi. Lo abbiamo fatto piano piano e ce lo dobbiamo ricordare ogni giorno.

P
erchè per anni abbiamo creduto che fosse quella la normalità del nostro ruolo.
E ancora oggi, ora, adesso, ci portiamo dietro e dentro convinzioni su come dovremmo essere che sono faticose da scardinare. Crediamo di dover pensare a tutto noi, di dover tirare avanti, portiamo il peso di intere case, di lavori che ci annullano, facciamo da madri ai nostri figli e ai nostri compagni. Ci carichiamo noi di responsabilità eccessive e di pesi emotivi.
Esondiamo dal nostro ruolo. Comunque. Ci sovraccarichiamo di pesi che ci determinano all’infelicità, alla nebbia, all’insicurezza cronica.

Ce lo dobbiamo ricordare. Ogni giorno. Ti devi ricordare che ci sei tu. Come fare un movimento di un passo indietro su di te.

Quando stai salendo le scale con sette sacchetti di spesa e il tuo compagno si arrabbia perché hai comprato troppo, c’è qualcosa che non funziona.

Quando ti chiedi come posso fare a separarmi se mi sento in colpa verso mia figlia, c’è qualcosa che ancora non gira.

Quando ti chiedi se puoi uscire una sera per conto tuo senza giustificarti e dire al tuo compagno rinuncia tu, perchè io voglio uscire… c’è qualcosa che non gira.

Quando ti stai chiedendo posso come madre scegliere di andare per la mia strada…

Quando sei stanca sfinita dopo aver pensato a casa, figli, lavoro e spesa e la cena a “lui” non va neppure bene…

Quando chiedi e chiedi e ti ascolta solo il muro.

C’è un disequilibrio, un copione, ci sono dei passi da fare. C’è qualcosa che non vogliamo mollare.

Vuoi rimanere lì per sempre? Vuoi continuare a trovare dei muri di silenzio?

Quale vantaggio ne hai tu a stare in questo ruolo?
Infelice e ferma. Giudicante forse. Recriminante. Arrabbiata, ombrosa, frustrata.
Quando basterebbe uscire da questo guscio e iniziare a vedere.
Smettere di fare i capriccci e guardarti, e guardare te e gli altri da un altro punto di vista.

A te la scelta. Da che parte stare.
Se dalla parte di chi ingoia, si lamenta, fa una fatica mostruosa a controllare tutto e a sforzarsi di tenere tutto insieme, fatica e ancora fatica, o dalla parte di chi sceglie di mettere dei confini, di pretendere di essere vista, che mette dei limiti a quello che può sopportare, a quanto può spingere e accettare. Dei limiti e poi esce allo scoperto, si gioca e include l’altro e il suo mistero, gli va incontro con occhi diversi.

Tu da che parte stai?
Un abbraccio

Roberta

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