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Non c’è perdono senza giustizia

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Non c’è perdono senza giustizia e riconoscimento.
Che cosa ne pensi? e soprattutto come risuona in te questa frase?
Si parla tanto di perdono, soprattutto in certi ambienti e percorsi.

Perdonare, dal latino per (completamente) e donare. Donare? Che cosa? A chi?
Qui oggi voglio porre l’accento su un aspetto, a mio avviso, basilare, del perdonare.

L’altro giorno, durante una sessione di coaching, è emerso questo tema, che mi ha dato lo spunto per far emergere alcune considerazioni che sento fortemente.  Il Perdono è anche parte di alcuni punti fondamentali dei miei percorsi (ad esempio quello sulla Donna Selvaggia).

Come mai provo ancora questa stretta alla pancia, nonostante io abbia ormai chiuso con lui?

Varrebbe un libro intero. Qui solo alcune brevi suggestioni, per stimolare un contatto con te stessa.

Perdonare è lasciar andare, alleggerire, per primo con noi stesse. Liberare cuore e pancia, in accordo, prima una poi l’altro. Ma lasciar andare dentro di noi. Che cosa? quei sentimenti che ci tengono ancora legate. Come? riconoscendo la legittimità di quello che proviamo. Legittimità, giustizia, nel senso di giusto, aggiustato a noi, valido, degno.

E’ il non aver perdonato che ci tiene ancorate a persone, fatti e sentimenti con rabbia scura, recriminazione, astio, e non libera, ma appesantisce, logora, prosciuga energie. Ci tiene lì, senza la possibilità reale e vera di andare avanti, di cambiamento, di libertà.

Quanta energia ci vuole per rimanere legati?

Nel mio percorso sulla Donna Selvaggia, verso la fine, un passaggio fondamentale è quello del fare pace, del perdonarsi. Ripercorrere i momenti fondamentali della propria vita, rivedendo i dolori e lasciandoli andare, attraverso il riconoscimento del proprio valore. Per poter voltare pagina. Grazie ai Descantos, quei simboli tipici del Messico, di lutti e di momenti chiave che hanno segnato la vita. Le morti reali e simboliche. Se non si riconoscono le ferite e non si urla quella rabbia “santa”, non si può andare oltre e darsi il giusto valore. Qui è il punto.

Sì, ma come? Come perdonare?

Non è possibile perdonare, a mio avviso, ( e so che quello che sto per dire può suonare scomodo) senza che sia stata fatta giustizia e ci sia stato un riconoscimento.

Giustizia: ho bisogno di riconoscere con me stessa per prima che ho ricevuto un torto. Io ho il diritto di. Essere vista, riconosciuta in chi sono e in quello che sento, che faccio, nell’amore che do, nel tempo che spendo per, nel cuore che metto in. Nella relazione.
Se ciò non avviene, avviene una rottura. Siamo troppo abituate a darci per scontate. Ma non siamo scontate. Questo il primo passo: riconoscere con noi stesse che siamo valore, che diamo valore, che siamo degne. Basta fare le crocerossine o le brave bambine, che non hanno il diritto di provare sentimenti e di chiedere il riconoscimento della loro dignità.

Il secondo passo, dopo aver riconosciuto il valore dei nostri sentimenti e dei nostri atti, senza il bisogno che sia l’altro a darcelo, ma noi con noi stesse, è quello di lasciar emergere qui sentimenti scomodi che il non riconoscimento, quando addirittura il misconoscimento, ha provocato in noi. Le ferite. Le ferite non sono neutre. Sono scritte dentro. E parlano (spesso nei sintomi fisici). E hanno dentro emozioni e sentimenti, come rabbia, delusione, amarezza. Le recriminazioni, il rancore, altro non sono che tentativi di tenere a bada questi sentimenti difficili. Permettere che emergano, non per forza con l’altro, ma dandosi il permesso di viverli, senza senso di colpa e senso di inadeguatezza, ci regala una grandissima libertà.

Io so e mi riconosco che sono stata ferita. I miei sentimenti sono legittimi. Il tuo comportamento mi ha ferita. Io provo rabbia e dolore. E finché non avrò guardato e preso in mano questi sentimenti, non avrò dato loro il diritto di esistere e li avrò accolti, non potrò perdonare. Sono sentimenti che hanno parole precise, luoghi e un tempo.

Il processo è lungo. Passa da qua. Sono legittimi. Non vanno mitigati o nascosti.
Soltanto dopo essersi dette, aver raccontato se stesse con il dolore provato, e averlo lasciato svuotare, e integrato, ci può essere perdono. Ma molto dopo. Perdonare è un processo. Non per tutti uguale. Ha parole, tempi e contenuti differenti.

Mi fermo qua. Direi che per oggi è sufficiente.

Un abbraccio.

Roberta

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